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Imparare a lasciare andare, stare nell’attesa e trasformarsi.
C’è una posizione dello yoga che, più di tutte, mi ha fatto riflettere sulla vita: Shavasana, la posizione del cadavere.
Il corpo è disteso a terra, gli occhi chiusi, il respiro rallenta. Apparentemente non stai facendo nulla. Eppure è proprio lì che accade qualcosa di importante: impari a lasciare andare.
Il controllo.
La volontà.
Il bisogno di fare.
Quello che è appena successo e quello che vorresti accadesse.
Forse è per questo che Shavasana mi sembra una delle metafore più potenti dello yoga: imparare a morire a ciò che non siamo più, per lasciare spazio a ciò che possiamo diventare.
E questa lezione, negli ultimi mesi, l’ho imparata soprattutto fuori dal tappetino.
Lasciare andare
Diciamoci la verità: è bellissimo sognare.
Immaginare una vita diversa, desiderare qualcosa di nuovo, costruire nella mente luoghi, persone e progetti.
Il difficile arriva quando dal sogno bisogna passare alla strada.
Dall’anno scorso ho attraversato un periodo di continui cambiamenti e ho scoperto che ogni trasformazione porta con sé una forma di lutto.
Il primo, e forse il più devastante, è stato lasciare la casa.
È successo da un giorno all’altro, senza il tempo di elaborare. Quando qualcosa ti crolla addosso come una bomba è difficile raccogliere i pezzi, soprattutto quando in quel luogo hai investito tempo, amore, energie e progetti.
Quando sono tornata in Italia, il processo è continuato. Ho iniziato a chiudere altre porte, una dopo l’altra.
E ho capito che chiudere significa lasciare morire.
Non perdiamo soltanto persone, luoghi o progetti. Perdiamo anche la versione di noi stessi che esisteva dentro quelle esperienze.
E spesso non c’è un funerale. Ci siamo noi, con i nostri ricordi, le domande e il vuoto di ciò che ancora non sappiamo.
Il tempo dell’attesa
Questo inverno sono stata tremendamente in crisi. Non vedevo cosa ci fosse dopo.
Ed è forse questa la parte più difficile di ogni cambiamento: quando qualcosa finisce, non sai ancora cosa nascerà.
Esiste uno spazio sospeso in cui non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora diventati ciò che saremo. Ed è proprio lì che si sta male.
Quest’anno ho fatto più valigie e traslochi di quanti ne abbia fatti in tutti gli anni in cui ho viaggiato. Oggi penso che, senza rendermene conto, mi stessi allenando.
Ad aspettare.
A stare nel non sapere.
A non avere sempre bisogno di arrivare subito.
Perché questa è stata una delle mie grandi zone d’ombra: la fretta di arrivare.
Alla destinazione, alla soluzione, alla guarigione, al momento in cui finalmente sarei stata bene.
Durante i viaggi non vedevo l’ora di arrivare alla tappa successiva. Come se la felicità dovesse sempre trovarsi da qualche altra parte.
Lo yoga mi sta insegnando il contrario. A stare dove sono. A respirare nel momento.
A non confondere il fatto che qualcosa non sia ancora compiuto con il fatto che non stia accadendo nulla.
Come il seme sotto la terra. Come l’inverno prima della primavera.
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Lo yoga non finisce sul tappetino
Vi do una cattiva notizia: lo yoga non è per tutti.
Se lo pratichi per muovere il corpo, migliorare la mobilità o rilassarti, può essere una pratica meravigliosa.
Ma se decidi di portare lo yoga nella tua vita, diventa molto meno confortevole.
Perché sul tappetino puoi imparare a osservare cosa succede quando una posizione diventa difficile.
Forzi?
Scappi?
Ti irrigidisci?
Ti giudichi?
Oppure respiri e rimani?
La domanda diventa interessante quando la porti fuori dalla pratica.
Cosa fai quando qualcuno ti fa arrabbiare?
Come reagisci quando un progetto fallisce?
Riesci a rimanere quando vorresti scappare?
Riesci a lasciare andare quando non puoi più controllare?
È qui che lo yoga diventa vita.
La postura diventa esperienza.
L’esperienza diventa consapevolezza.
La consapevolezza diventa scelta.
E le scelte ripetute diventano uno stile di vita.
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Il corpo come porta
Lo yoga parte dal corpo, ma non si ferma al corpo.
Attraverso il corpo impariamo a osservare la mente. Attraverso il respiro riconosciamo le nostre reazioni. Attraverso la pratica incontriamo i nostri limiti.
Anche il mio modo di insegnare è cambiato nel tempo.
All’inizio ho imparato soprattutto attraverso la voce e l’ascolto. Poi, in India, il mio apprendimento è diventato anche visivo e tattile.
Ascoltare, vedere, sentire. Tre modalità che possono completarsi.
A volte basta un’indicazione, un aggiustamento o una nuova percezione del corpo per scoprire che quello che pensavamo fosse un limite era semplicemente la soglia alla quale ci eravamo fermati.
Ed è lì che arriva quel: “Wow.”
Il corpo va oltre ciò che la mente aveva immaginato.
E allora capisci che forse puoi fare lo stesso anche nella vita: mettere in discussione una convinzione, cambiare una risposta automatica, provare una strada nuova.
La trasformazione fisica diventa trasformazione interiore.
Ciò che lasci entrare ti trasforma
Lo yoga insegna anche a osservare ciò che ci circonda.
Fate attenzione all’ambiente in cui vivete e alle persone che frequentate.
L’ambiente fa. Le persone fanno.
Ciò a cui ci esponiamo ogni giorno finisce per influenzarci.
Mi sono sempre voluta circondare di persone che considero migliori di me, non per sentirmi inferiore ma per evolvere.
Quando incontro un viaggiatore che ha lasciato tutto e si è costruito una nuova vita dall’altra parte del mondo, dentro di me nasce il desiderio di espandermi.
Quando incontro qualcuno che ha dedicato anni allo studio o alla meditazione, sento il desiderio di imparare.
Non voglio diventare quella persona. Voglio vedere quale possibilità mi sta mostrando.
Anche questo, per me, è yoga: scegliere consapevolmente ciò che vuoi respirare, ascoltare e osservare.
La pratica continua
Alla fine della pratica torniamo a Shavasana. Il corpo si abbandona.
Il respiro continua. Non devi arrivare da nessuna parte.
E forse è questa la lezione che porto maggiormente con me fuori dal tappetino: non tutto deve essere risolto subito.
Ci sono momenti in cui devi agire e momenti in cui devi lasciare che le cose maturino.
Il terreno ha bisogno di riposo. Il seme ha bisogno del buio.
Anche noi abbiamo bisogno dei nostri inverni.
Una delle mie zone d’ombra è stata proprio questa: restare.
Restare quando avrei voluto scappare.
Restare quando non sapevo cosa sarebbe successo.
Restare nel disagio senza cercare immediatamente una soluzione.
Ognuno di noi ha una zona d’ombra. Non dobbiamo eliminarla, ma imparare a guardarla e conoscerla.
Perché siamo fatti di contrasti: luce e ombra, gioia e dolore, forza e fragilità.
Non dobbiamo diventare soltanto luce.
Dobbiamo imparare ad abitare anche il buio.
E forse è proprio questo che significa portare lo yoga nella vita.
Non diventare perfetti sul tappetino.
Ma imparare a stare nel mondo con maggiore consapevolezza.
Non praticare yoga soltanto per fare una posizione.
Pratica per capire chi sei quando quella posizione diventa difficile.
Non cercare soltanto flessibilità nel corpo.
Cercala nelle tue convinzioni.
Non allenare soltanto la forza. Allenati a rimanere quando vorresti scappare.
E quando alla fine della pratica ti alzi da Shavasana, arrotoli il tappetino e torni nel mondo, è lì che la pratica continua.
Dal tappetino alla vita.