Da dove iniziare a praticare yoga?

Tra i tanti stili e approcci dello yoga, come orientarsi? Un invito a sperimentare, approfondire e conoscere le radici di una tradizione millenaria, trovando nella pratica non uno stile perfetto, ma il proprio percorso.

Ormai lo yoga è diventato parte del nostro quotidiano. Non è più qualcosa di estraneo, esotico o lontano dalla nostra cultura: lo incontriamo nelle palestre, nei centri specializzati, online, nei parchi, durante i viaggi.

 

Immagine di una donna che praticap yoga all'aperto vicino a un grande Buddha.

E, come accade per tutto ciò che entra a pieno titolo nel mercato, anche lo yoga oggi ci offre un ventaglio pressoché infinito di possibilità.

Ed è proprio qui che, talvolta, nasce la confusione.

Pensiamo al supermercato: più prodotti abbiamo davanti agli occhi, più la scelta diventa complessa. La mente comincia a domandarsi: avrò scelto quello giusto? E se ce ne fosse uno migliore?

E così, invece di scegliere, entriamo nel caos della possibilità.

Lo stesso accade con lo yoga.

Iniziamo a sperimentare Vinyasa, Hatha, Yin, Ashtanga, Kundalini, Yoga Nidra, meditazione, pratiche somatiche, breathwork… passiamo da una disciplina all’altra, da un insegnante all’altro, da una pratica all’altra, senza necessariamente concederci il tempo di approfondire davvero ciò che abbiamo incontrato.

Poi arriva la domanda:

«Ma tu, quale stile di yoga pratichi?»

E molto spesso la risposta è:

«Boh.»

La verità è che non esiste una scelta universalmente giusta o sbagliata.

Bisogna provare.

Lo yoga contemporaneo comprende un’incredibile varietà di approcci: pratiche più dinamiche e fisiche, altre lente e introspettive, discipline orientate al rilassamento, alla respirazione, alla concentrazione, alla meditazione o alla ricerca interiore.

Il problema, quindi, non è la molteplicità. È quando la molteplicità ci fa perdere il centro.

Quando l’offerta diventa così vasta da impedirci di sostare abbastanza a lungo in un’esperienza per comprenderla realmente.

Se non hai mai praticato yoga, da dove inizi?

Se senti il richiamo verso il mondo dello yoga, c’è una cosa molto semplice che puoi fare: iniziare.

Hai un centro yoga vicino a casa o al lavoro? Entra. Chiedi informazioni. Parla con l’insegnante.

Se puoi, fallo di persona. Perché esiste una forma di conoscenza che precede la razionalizzazione: quella del corpo.

Il corpo percepisce l’ambiente, la presenza di una persona, il modo in cui veniamo accolti, ancora prima che la mente abbia elaborato un giudizio.

Ti senti a tuo agio in quel luogo?

L’atmosfera ti trasmette qualcosa?

Senti fiducia nell’insegnante?

Avverti una connessione nel suo modo di comunicare e di trasmettere?

Sono tutte informazioni preziose. Se invece scegli di iniziare online, concediti prima il tempo di conoscere l’insegnante. Anche la voce, il linguaggio, il modo di spiegare e di relazionarsi possono raccontarti molto.

Non esiste un meglio o un peggio. Non esiste uno stile giusto e uno sbagliato in assoluto.

Esistono differenti espressioni di una tradizione che, nel corso dei secoli, si è evoluta, trasformata e stratificata, entrando in dialogo con culture, scuole e contesti differenti.

Ed è proprio questa complessità a renderla così affascinante.

Lo yoga non è ginnastica

C’è però una cosa che credo sia importante comprendere quando ci si avvicina allo yoga: lo yoga non nasce come ginnastica.

Le sue radici affondano nelle antiche tradizioni filosofiche e spirituali dell’India. Nel corso dei secoli si sono sviluppate differenti correnti e modalità di pratica, accomunate da una ricerca che riguarda la relazione tra corpo, respiro, mente e dimensione spirituale.

Nei Yoga Sūtra attribuiti a Patañjali viene delineato il percorso degli otto aṅga, gli otto rami dello yoga.

E indovinate dove troviamo le āsana, cioè le posture? Al terzo posto.

Prima vengono Yama e Niyama.

I primi riguardano principi etici e relazionali; i secondi osservanze e discipline personali.

Prima ancora di arrivare al corpo, quindi, lo yoga ci invita a interrogarci sul nostro modo di stare al mondo: come ci relazioniamo agli altri, come ci comportiamo con noi stessi, quali atteggiamenti coltiviamo e quali valori orientano le nostre azioni.

Poi arriva l’āsana.

Il prāṇāyāma, il lavoro sul respiro.

Il pratyāhāra, il raccoglimento dei sensi.

La dhāraṇā, la concentrazione.

La dhyāna, la meditazione.

E infine il samādhi.

Questo ci permette di comprendere qualcosa di fondamentale:

le posizioni sono soltanto una parte dello yoga. E forse non dovrebbero essere considerate necessariamente il punto di arrivo.

Il mio consiglio? Parti dal classico.

Se non sai da dove cominciare, il mio suggerimento è semplice: come nella danza, parti dal classico.

Cerca una pratica che abbia radici solide, affidati a un insegnante competente, prova e poi scegli.

Ascoltati. Informati. Fai domande.

Non attraversare lo yoga come si attraversa un catalogo, saltando continuamente da una proposta all’altra.

Sperimentare è prezioso, ma sperimentare non significa necessariamente rimanere in superficie. Prova, poi fermati.

Approfondisci.

Chiediti cosa stai praticando, da dove proviene, quali sono i suoi principi e quale visione dell’essere umano porta con sé.

Rimani curioso di fronte alla novità, ma non rinunciare alla profondità.

Quello che ho imparato in India

Lo yoga è una delle grandi tradizioni filosofiche e spirituali nate nel subcontinente indiano e, dopo aver trascorso del tempo in India, una delle cose che ho percepito con maggiore chiarezza è quanto sia difficile, e forse anche poco sensato, separare completamente la pratica dalle sue radici.

In molti contesti indiani lo yoga non viene concepito semplicemente come un allenamento del corpo.

Il corpo, il respiro, la mente, la meditazione, la filosofia, i mantra, le pratiche di purificazione, la concentrazione e la ricerca spirituale possono essere parti interconnesse di un unico percorso.

Questo non significa che ogni forma contemporanea di yoga debba essere religiosa, né che esista un’unica modalità attraverso cui questa tradizione debba essere vissuta.

Significa però che conoscere le radici ci permette di comprendere ciò che stiamo praticando.

 

Meditazione Yoga.

 

«Lo yoga non significa semplicemente mantenere il corpo sano, normale, attivo e intelligente. Significa anche – la parola yoga in sanscrito significa unire – unire il superiore e l’inferiore; questa è la tradizione.»

Jiddu Krishnamurti

Dietro un’āsana esiste una storia molto più ampia.

Esiste una vera e propria anatomia sottile dello yoga: una mappa tradizionale che comprende, a seconda delle scuole, concetti come prāṇa, nāḍī, cakra, vāyu e kośa.

Quando muoviamo il corpo nello yoga possiamo certamente lavorare sulla forza, sulla flessibilità, sulla mobilità e sulla resistenza.

Ma possiamo anche imparare ad ascoltare.

A respirare. A concentrare la mente.

A osservare le nostre reazioni. A riconoscere ciò che accade dentro di noi.

A creare uno spazio tra l’evento e la risposta che scegliamo di dare.

Ed è forse proprio in questo spazio che lo yoga comincia a oltrepassare i confini del tappetino.

Una pratica autenticamente significativa non dovrebbe trasformarci soltanto sul piano fisico.

Può modificare il modo in cui abitiamo le relazioni, il modo in cui attraversiamo una difficoltà, il modo in cui ascoltiamo il corpo e il modo in cui osserviamo noi stessi.

Lo yoga parte da noi. Dal modo in cui siamo con noi stessi e con gli altri.

E poi attraversa il corpo, le āsana, il respiro, la concentrazione, la meditazione, la filosofia, i kriya, i mantra.

Quello che normalmente vediamo sui social è soltanto una piccolissima porzione di un universo molto più vasto.

Ed è proprio per questo che credo sia importante onorare ciò che abbiamo ricevuto e assumersi la responsabilità di conoscerlo prima di tramandarlo.

E il mio stile qual è?

Io personalmente mi sono avvicinata inizialmente allo yoga attraverso una pratica più tradizionale.

Poi, con il tempo, ho sentito il desiderio di ampliare le mie conoscenze. Ho approfondito l’Hatha e successivamente incontrato anche il Raja Yoga e l’Ashtanga.

Ho sperimentato discipline diverse, stili differenti, insegnanti, scuole e approcci diversi.

Fino a trovare, almeno per una fase della mia vita, ciò che sentivo più vicino a me.

Soprattutto dopo il periodo di formazione a Mysore.

Perché anche questo fa parte del percorso.

Noi cambiamo.

E quando cambiamo, cambia anche ciò di cui abbiamo bisogno.

Se oggi sentiamo il bisogno di uno stile più moderno e dinamico, non significa che quello sarà necessariamente il nostro stile per sempre. Forse, in questa fase della vita, abbiamo bisogno proprio di quell’energia.

Di muoverci.

Di sperimentare.

Di conoscere una strada nuova.

E magari quella stessa strada, tra qualche anno, ci condurrà altrove.

Anche gli insegnanti che incontriamo lungo il cammino non saranno necessariamente gli stessi per tutta la vita.

Alcuni rimarranno. Altri ci accompagneranno soltanto per un tratto.

Ma ognuno può lasciarci qualcosa.

Una conoscenza. Una domanda. Un’esperienza. Un modo diverso di guardare noi stessi.

Non dimenticare le radici

Sperimentate. Cambiate. Provate stili diversi.

Ma fate tesoro di ciò che apprendete e, soprattutto, non smettete di conoscere le radici di ciò che state praticando.

L’India è il luogo in cui queste tradizioni hanno avuto origine e, anche lì, non esiste un unico yoga.

Esistono scuole, lignaggi, testi, tradizioni e approcci differenti.

A Mysore, per esempio, incontriamo una forte tradizione legata all’Ashtanga Vinyasa Yoga. Nel nord dell’India troviamo scuole e lignaggi differenti e, avvicinandosi all’area himalayana, incontriamo anche l’intreccio con tradizioni buddhiste e tibetane.

Questo ci ricorda che lo yoga non è una cosa sola.

È un universo.

E forse proprio per questo non dobbiamo ossessionarci nella ricerca dello “stile giusto”.

Dobbiamo piuttosto chiederci quale pratica, quale insegnante e quale approccio, in questo momento della nostra vita, ci permettano di entrare più profondamente in contatto con noi stessi.

Non esiste lo stile perfetto.

Esiste la sperimentazione.

Esiste la curiosità.

Esiste la possibilità di cambiare.

Ma esiste anche la responsabilità di conoscere. Prova.

Poi fermati.

Approfondisci.

Chiediti cosa stai facendo, perché lo stai facendo e da dove arriva quella pratica.

E soprattutto, non smettere di cercare.

Perché lo yoga non è soltanto una posizione sul tappetino.

È una via.

Una pratica di conoscenza.

Un percorso che, nel tempo, può trasformarsi insieme a noi.

E forse il vero obiettivo non è trovare finalmente il nostro stile, ma permettere alla pratica di evolvere insieme a noi, accompagnandoci nelle diverse stagioni della vita.

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Scritto da Marzia

Viaggiatrice e curiosa da sempre, sia di luoghi che di scoperta interiore. Credo che viaggiare non sia solo un modo per scoprire luoghi lontani, ma anche per conoscere più a fondo noi stessi.

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