Insegnare yoga ai bambini ciechi

Insegnanti e bambini ciechi durante una lezione di yoga all'aperto.
Un viaggio in India che si trasforma in un’esperienza interiore profonda. Tra notti insonni, preghiere all’alba, spiritualità quotidiana e insegnamento nelle scuole indiane, nasce una riflessione sulla capacità dell’essere umano di cambiare, adattarsi ed evolversi. Il momento più intenso arriva durante una lezione di yoga insegnata a bambini ciechi: un’esperienza fatta di ascolto, sostegno reciproco e presenza autentica. Un racconto che parla di corpo, memoria, spiritualità e della necessità di accogliere la vita così com’è, un passo alla volta.

“Viaggiare serve a capire che ogni cosa è diversa da come la immaginiamo.”
Tiziano Terzani

Non chiudo occhio.

Il caldo è irrompente, denso, quasi fisico. Tengo acceso il ventilatore tutta la notte, anche se il suo rumore sembra quello di un vecchio motore pronto a cedere da un momento all’altro. Ma il sonno non arriva.

Ogni cambiamento di luogo, di odore, di abitudine, obbliga il corpo a un nuovo allineamento. È come se ogni volta dovesse ricordarsi da capo chi è.

Cosa si fa quando il sonno non arriva?

Non mi era mai successo davvero. Ho sempre dormito ovunque, persino troppo. Ricordo ancora quando mi addormentai sulla sella di un motorino, da passeggera. O durante un viaggio infinito su un autobus a Bangkok.

Eppure lì, in India, qualcosa era diverso.

Durante il periodo di formazione e nei mesi trascorsi in ashram mi era già capitato di restare sveglia per ore. Così ho cercato di tornare a ciò che mi aveva aiutata allora.

Scrivere.
Leggere.

Due gesti semplici, quasi antichi.

E pensare che ero partita per l’India proprio per allontanarmi dai dispositivi tecnologici. Mai avrei immaginato che proprio quello strumento che in Italia era diventato quasi un’arma, lì sarebbe diventato cura.

Ho iniziato a buttare giù pensieri, frammenti, immagini interiori. E lentamente qualcosa dentro di me si è sciolto.

“La scrittura è una forma di preghiera.”
Franz Kafka

Alle cinque del mattino ho sentito un altro canto. Non erano mantra. Erano preghiere. Voci sottili, acute, fragili e potentissime insieme.

Così ho deciso di andare ad ascoltare le suore indiane pregare.

Perché precludersi nuove possibilità?

La religione, in fondo, è un po’ come viaggiare. È l’incontro con qualcosa che non ci appartiene e che proprio per questo può allargarci.

Noi siamo abituati a vivere in una sola direzione, ma non significa che dobbiamo restarci imprigionati.

Vale per la fede.
Per la politica.
Per l’identità.

Siamo fatti per espanderci.

“Diventa ciò che sei.”
Friedrich Nietzsche

Non siamo bianco o nero. Non siamo una definizione immobile.

Abbiamo dentro mille colori, mille contraddizioni, mille possibilità. Siamo un mosaico in continuo movimento.

Più il nostro mondo interiore si riempie di esperienze, più diventiamo capaci di adattarci alle forme imprevedibili della vita.

Chi dice: “Io sono fatto così”, forse non si rende conto di quanto sia vasta la natura umana.

Abbiamo tendenze, certo. Ma possiamo trasformarle. Arricchirle. Modellarle attraverso gli incontri, il dolore, l’amore, il tempo.

Alle sette del mattino, dopo due ore di preghiera, arrivò la colazione.

Anche la cucina era diversa. L’India non sembra un solo Paese: sembra mille mondi compressi nello stesso spazio. Lingue diverse, cibi diversi, tradizioni diverse, perfino cieli diversi.

Dopo anni di insegnamento ero abituata al suono della campanella scolastica. Lì invece l’inizio della giornata era scandito da un tamburo.

Immagine di bambini in uniforme scolastica durante attività di yoga all'aperto.

Ottocento bambini marciavano nel cortile in fila perfetta. Ognuno al proprio posto. Ognuno alla giusta distanza dall’altro.

Una geometria umana.

Difficile spiegare l’emozione di quella scena.

La giornata iniziava con una condivisione sul palco e poi con un momento di raccoglimento e preghiera. In India la spiritualità non è qualcosa da ritagliare nel tempo libero. È intrecciata alla vita quotidiana. Ogni gesto sembra appartenere a qualcosa di più grande.

Ed è forse questo uno degli insegnamenti più profondi che ho ricevuto lì: comprendere che non tutto è controllabile.

Come il sole.
Come la pioggia.

Puoi organizzare ogni dettaglio della tua vita, ma esisterà sempre qualcosa che sfugge.

“La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti.”
John Lennon

Lo yoga, in questo, è stato uno dei maestri più importanti della mia vita.

Rimanere.
Respirare.
Partire da ciò che c’è.

Terminato il raccoglimento del mattino iniziavano le lezioni. Quaranta bambini per classe e una sola maestra.

Sono rimasta sconvolta vedendo una maestra dell’infanzia senza braccia gestire da sola quaranta bambini di quattro o sei anni.

Sì, senza braccia.

Eppure riusciva a mantenere ordine, attenzione, presenza.

In quel momento ho pensato a quanto spesso siamo noi, pur avendo tutto, a sentirci mancanti.

“Non sono le cose difficili che non osiamo fare, è perché non osiamo farle che diventano difficili.”
Lucio Anneo Seneca

Sono stati giorni intensi.
Faticosi.

I bambini richiedono energia continua e io mi sentivo quasi svuotata. Le notti insonni, le esperienze accumulate, il corpo che chiedeva pausa.

Eppure, proprio lì, è arrivato uno dei momenti più potenti della mia vita.

Accanto alla scuola c’era un ostello dove vivevano bambini ciechi. Così ho deciso di insegnare loro yoga.

Provate a immaginare cosa significhi muovere il corpo senza poter vedere la posizione da assumere. Cercare equilibrio senza riferimenti visivi.

Eppure ciò che ho vissuto in quella stanza non è stata mancanza.

È stata presenza assoluta.

L’aiuto reciproco nasceva spontaneamente.
Se uno inciampava, un altro interveniva.
Se qualcuno non riusciva a orientarsi, un altro diventava guida.

Dove tu non arrivi, arrivo io.

Come tessere dello stesso puzzle.

Senza bisogno di chiedere.

“Nessuno si salva da solo.”
Margaret Mazzantini

Le suore sono state meravigliose. Mi hanno portata in spiaggia, ho festeggiato un compleanno sopra un cammello, ho visitato altre case, attraversato altri mondi.

Molte cose forse oggi la mente non le ricorda con precisione.

Ma il corpo sì.

Il corpo conserva tutto.

“Ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione.”
Michel de Montaigne

Noi siamo le storie che attraversiamo. Le paure affrontate. Le ferite. Le rinascite.

Anche quando dimentichiamo, qualcosa dentro di noi continua a custodire memoria.

Probabilmente anche il mio corpo era colmo. Colmo di esperienze, di emozioni, di vita vissuta troppo intensamente.

E sentivo che stava arrivando il momento di cambiare direzione.

Di salutare, almeno per un po’, l’India.

“Partire è un po’ morire.”
Edmond Haraucourt

Prossima tappa: Singapore.

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Scritto da Marzia

Viaggiatrice e curiosa da sempre, sia di luoghi che di scoperta interiore. Credo che viaggiare non sia solo un modo per scoprire luoghi lontani, ma anche per conoscere più a fondo noi stessi.

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