Agosto 2025, Indonesia, Sulawesi.
Mi trovo su una lingua di sabbia deserta, davanti a Pulau Togongpotil, in una delle zone più remote dell’Indonesia.
Sulawesi è una delle grandi isole dell’arcipelago indonesiano, la quarta per estensione del Paese e una delle più grandi al mondo. La sua forma particolare, quasi una grande “K”, è caratterizzata da quattro penisole e da profonde baie che la rendono geograficamente molto frammentata. È un territorio montuoso, ricchissimo di biodiversità e, proprio per la sua posizione, ancora oggi in molte zone decisamente meno accessibile rispetto a isole indonesiane più conosciute come Bali.
Mi trovo nella parte centrale-orientale dell’isola, nella regione di Sulawesi Tengah, tra le isole dell’arcipelago delle Banggai e il Golfo di Tomini.
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Il paesaggio è esattamente quello che immagini quando pensi a un’isola tropicale incontaminata: mare cristallino, sabbia bianca, foresta verde e fitta.
Zero turisti.
Zero persone.
Niente ristoranti, niente hotel, niente negozi. Solo noi, il mare e il sole cocente.
E dopo un mese e mezzo di viaggio, finalmente assaporavo quel momento di mare, snorkeling e natura che aspettavo da tempo.
Con l’idea precisa di godermelo. E forse è proprio qui che inizia la storia.
Perché le maledette aspettative che ci costruiamo, il modo in cui immaginiamo che le cose debbano andare, forse dovremmo imparare a lasciarle sullo zerbino della porta della nostra mente.
“Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio. In quello spazio risiede la nostra libertà di scegliere la nostra risposta.”
— Viktor Frankl
Il viaggio
Facciamo un passo indietro.
Per arrivare a questa spiaggia partiamo prestissimo dal nostro alloggio a Bongganan, un villaggio della reggenza delle Banggai Islands, nella provincia di Sulawesi Centrale. È una zona lontana dai principali circuiti turistici e caratterizzata da piccoli villaggi costieri e da una forte presenza del mare nella vita quotidiana delle comunità locali.
Partiamo all’alba. Prima una jeep, poi circa cinque o sei ore di viaggio attraverso la giungla. Strade sconnesse, curve, vegetazione ovunque e quella sensazione di allontanarsi, chilometro dopo chilometro, da tutto ciò che conosciamo. Arriviamo finalmente al porto.
E non è finita.
Ci aspetta ancora la barca. Altre ore di navigazione per raggiungere queste isole così remote.
Le Togian, poco più a nord-ovest rispetto alla zona in cui ci troviamo, sono un arcipelago del Golfo di Tomini composto da decine di isole e isolotti, famoso per le foreste tropicali, le spiagge bianche e soprattutto per la straordinaria biodiversità marina. L’area ospita anche il Parco Nazionale delle Togean, che protegge importanti ecosistemi corallini.
D’altronde si sa: le cose belle e uniche, per poterle raggiungere, spesso richiedono un po’ di fatica.
E anche un po’ di no comfort. Ma forse è proprio questo che le rende ancora più belle.
Incontri che fanno la differenza
Facciamo un altro passo indietro. Mi ritrovo qui con un gruppo di ragazzi italiani.
I social, quando funzionano come strumento di scambio di informazioni e di connessioni sane, possono essere davvero un buon mezzo. Ho ricontattato Francesca, romana, che avevo incontrato anni fa alle Maldive.
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Scopro che si trova nella stessa parte del mondo in cui sono io e, non avendo programmi precisi, decido di prendere un aereo e raggiungerli.
Gli ultimi giorni di viaggio insieme a dei compaesani. Forse iniziavo a sentire un po’ di malinconia. La mancanza di casa.
Non necessariamente il desiderio di tornare, ma quella sensazione che ogni tanto arriva quando sei lontano da tempo e senti il bisogno di condividere qualcosa con persone che parlano la tua lingua. E così mi ritrovo qui.
Tra mare, giungla e natura.
Fuori dai grandi circuiti turistici che ad agosto si possono trovare come a Bali. Qui il ritmo è diverso.
Le distanze sono grandi, gli spostamenti lunghi e l’accesso alle isole non è immediato. Ma proprio questa difficoltà di raggiungerle contribuisce a mantenere intatto un paesaggio che, in molte zone, conserva ancora una forte dimensione selvaggia.
Il paradiso
Arriviamo stanchi, in barca ci gustiamo una colazione a base di patatine nel sacchetto alla cipolla e biscotti, cioccolatini tutti confezionati, ci hanno preparato quello che passa al convento, quello che potevano offrire ma davanti a noi si apre un panorama incantevole.
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Essendo partita per l’India e poi rimasta in viaggio, non sono provvista di tutta l’attrezzatura necessaria: pinne, maschera e tutto ciò che servirebbe per nuotare ed esplorare il mare indonesiano.
Un mare ricco di vita, coralli e pesci. Un ecosistema meraviglioso, ma che richiede anche rispetto e attenzione. Ci tuffiamo tutti e quattro.
Francesca, Alessandro il suo compagno e Paolo, ortopedico siciliano.
Di mare e di piedi, quindi, qualcosa ne sa. Nuotiamo, esploriamo, ci godiamo l’acqua.
Fino a quando, verso la fine, mentre sto uscendo, mi fermo a parlare con Paolo sulla riva. A un certo punto lo vedo accasciarsi a terra.
È in preda al dolore. È stato punto da qualcosa.
Corro a chiamare la nostra guida e gli altri ragazzi. Nel frattempo Paolo si toglie tutto e il piede è diventato letteralmente viola, quasi blu. Prova a spiegare la forma del pesce che lo ha punto.
Cerchiamo di capire.
E quando finalmente la guida comprende cosa potrebbe essere successo, inizia un’altra storia.
Pesce pietra.
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Il pesce pietra
Solitamente, quando succedono incidenti di questo tipo, gli abitanti del luogo sembrano abbastanza tranquilli e sereni.
Questa volta, però, non lo sono. E capiamo subito che la situazione non è da sottovalutare.
Il pesce pietra è considerato uno dei pesci più velenosi al mondo. Vive generalmente in acque tropicali dell’Indo-Pacifico e la sua caratteristica principale è proprio quella che lo rende così difficile da individuare: si mimetizza sul fondale, assumendo l’aspetto di una roccia o di un frammento di corallo. Il pericolo sono le spine dorsali, attraverso le quali può inoculare il veleno quando viene calpestato o accidentalmente toccato.
E in quel momento ci troviamo esattamente nel suo ambiente.
Lontani dalla riva.
Lontani da una struttura medica.
Lontani da tutto.
La barca ci porta verso un piccolo isolotto, dove c’è una capanna che sembrerebbe essere il punto di primo soccorso.
Durante il tragitto il piede di Paolo diventa sempre più viola, poi blu.
Il gonfiore aumenta. Il colore sembra estendersi verso il polpaccio.
Non possiamo sapere quanto sia forte il dolore. Ma il suo viso e il suo corpo fanno capire che è intenso.
L’imprevisto
Inizia così la procedura per cercare di intervenire sul punto della puntura, il tallone. Scavano. Fanno un’incisione e iniziano a lavorare sulla zona.
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Non vi metto altre immagini della scena per non impressionarvi.
Saremo rimasti circa due ore, anche per le difficoltà nel comprendere la lingua e nel capire esattamente cosa stessero facendo.
Acqua calda e limone. Internet. Domande. Tentativi di capire come procedere.
La cosa più difficile, quando sei così lontano da casa, è proprio questa: non avere la certezza di sapere cosa stia succedendo e dover comunque prendere delle decisioni. Affidarsi.
Affidarsi
Torniamo in barca per raggiungere la terraferma. Poi di nuovo sulla macchina. Prendiamo la jeep. La strada la conosciamo ormai bene e solitamente il ritorno è sempre più veloce dell’andata, questa volta no. E la gamba di Paolo inizia a riempirsi di bolle e a trasudare. Altre cinque ore di strada.
Cinque ore di preoccupazione.
Cinque ore in cui l’unico pensiero è raggiungere un ospedale più attrezzato.
Finalmente arriviamo. Viene somministrato il trattamento necessario e il dolore inizia lentamente a diminuire.
Il piede è ancora gonfio.La preoccupazione, invece, rimane.
Arriviamo a sera nell’alloggio. Paolo con il piede gonfio. Noi ancora con addosso tutta l’adrenalina della giornata.
E raccontiamo al resto del gruppo, rimasto sulla spiaggia, la nostra avventura.
Quella che doveva essere una giornata di mare, snorkeling e natura si era trasformata in una giornata trascorsa tra barche, piccoli presidi sanitari e ospedali delle isole di Sulawesi.
Agire
Viaggiare è bellissimo.
Fino a quando non arrivano gli imprevisti.
Gli intoppi.
Le sfortune.
Le cose che non avevi previsto.
Ma forse è proprio qui che il viaggio diventa davvero interessante.
Se una persona rimanesse sempre nello stesso posto, con le stesse persone, le stesse abitudini e le stesse regole del gioco, la strada sarebbe sempre la stessa.
Come quando vai al lavoro e ripeti per anni, mesi, giorni, gli stessi gesti.
Tutto è familiare.
Sai cosa aspettarti.
Sai come muoverti.
Quando viaggi, invece, l’imprevisto diventa la regola del gioco.
Devi adattarti.
Al bello.
Al brutto.
A ciò che avevi programmato e a ciò che non avresti mai potuto immaginare.
Puoi prenotare tutti gli hotel.
Avere un programma dettagliato.
Organizzare ogni giornata.
E poi…
un pesce pietra ti punge.
E cosa fai?
Qual è il primo pensiero?
Con chi ti arrabbi?
Con il pesce che ti ha punto?
Con chi ti ha portato lì?
Con il destino?
Oppure pensi prima di tutto ad affidarti, a muoverti, a cercare una soluzione, a uscire dal pericolo e a metterti in sicurezza?
Reagire
Forse questa è una delle cose che il viaggio continua a insegnarmi.
Non possiamo scegliere tutto quello che ci accade. Possiamo però imparare a scegliere come reagire a ciò che ci accade.
Ci possono capitare tutte le sfortune di questo mondo. Ma se la nostra reazione è sempre la stessa, forse continueremo a percorrere la stessa strada.
Ancora. E ancora. E ancora.
Fino a quando non saremo costretti a imparare qualcosa. Proviamo a farci caso.
Ogni volta che pensiamo che gli altri ci abbiano fatto qualcosa.
Ogni volta che sentiamo che la sfortuna sia tutta su di noi.
Ogni volta che una situazione ci provoca, ci scalda, ci fa arrabbiare.
Facciamo un passo indietro.
E invece di chiederci soltanto:
“Perché è successo proprio a me?”
proviamo a chiederci:
“Come sto scegliendo di affrontarlo?”
Non esistono sempre soluzioni semplici. Ma possiamo scegliere la nostra attitudine. Siamo persone rabbiose?
E allora, quando qualcuno ci provoca, cosa succede? Ci scaldiamo? Scappiamo? Diamo di matto? Ci chiudiamo?
Oppure riusciamo, con il tempo, a sviluppare abbastanza consapevolezza da fermarci, respirare e affrontare la situazione con assertività e dialogo?
Oltre la superficie
Proviamo così, un po’ alla volta, a osservarci da dentro.
Senza dare la colpa.
Senza puntare il dito.
Senza giudicarci.
Come un medico che osserva al microscopio qualcosa che vuole comprendere, guardiamo cosa succede dentro di noi.
Come reagisco quando ho paura?
Come reagisco quando perdo il controllo?
Come reagisco quando qualcuno mi provoca?
Come reagisco quando le cose non vanno secondo i miei piani?
Perché spesso diciamo: “Io sono fatto così.”
Ma siamo davvero così? O abbiamo semplicemente imparato a reagire in quel modo?
Possiamo continuare a percorrere la stessa strada perché è quella che conosciamo.
Oppure possiamo provare a buttarci nell’ignoto. Esplorare il fondale delle nostre possibilità.
Immergerci un po’ più in profondità. E scoprire che sotto la superficie che conosciamo c’è un mondo completamente diverso.
Forse il viaggio più importante non è quello che ci porta dall’altra parte del mondo.
È quello che ci porta un po’ più in profondità dentro di noi.
E forse anche questo è il motivo per cui viaggio.
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Perché ogni volta che parto penso di andare a conoscere un luogo nuovo.
E poi, puntualmente, torno avendo incontrato una parte nuova di me.
“Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare.”
— Jon Kabat-Zinn
Alla fine, non possiamo controllare il mare.
Non possiamo controllare ciò che si nasconde sotto la sua superficie.
Non possiamo sapere quale imprevisto incontreremo lungo la strada.
Possiamo però imparare a respirare, osservare e scegliere come attraversarlo.
Forse crescere, evolversi significa proprio questo: non avere bisogno che la vita vada secondo i nostri piani per riuscire a stare bene dentro ciò che accade.