Dopo il silenzio dell’ashram, il viaggio in India è continuato tra accoglienza radicale, rituali di famiglia, cambi di paesaggio e la sottile arte di abitare mondi diversi senza smarrire il proprio centro.
Quando sono uscita dall’Ashram avevo la mente completamente ripulita.
Il cuore, solo in parte.
Ma la coscienza era su un altro livello.
Per qualche giorno ho avuto la sensazione che tutto fosse più intenso: i colori, i suoni, gli incontri, persino i vuoti. La realtà non sembrava più qualcosa da attraversare distrattamente, ma una materia viva, compatta, quasi assoluta.
È stato da quello stato lì — più aperto, più vulnerabile, più percettivo — che il viaggio è proseguito.
La tappa successiva era Mangalore, dove sarei stata ospitata dalla famiglia di un amico conosciuto tramite conoscenze comuni durante il teacher training.
Non ci eravamo mai visti prima.
Eppure la fiducia era totale.
“La vera fiducia nasce quando non hai bisogno di controllare tutto.”
Non avevo motivi razionali per sentirmi tranquilla, eppure lo ero. Avevo quella certezza silenziosa che a volte si avverte in viaggio: quella di essere nel posto giusto prima ancora di capire perché.
E infatti, ancora una volta, la realtà è andata oltre ciò che immaginavo.

L’intimità dell’accoglienza
Mi hanno accolta a casa loro con una generosità che non aveva nulla di costruito.
Cibo, spazio, attenzioni, presenza.
Non come gesto straordinario, ma come qualcosa di perfettamente naturale.
È una delle cose che più mi ha colpita dell’India: il modo in cui certe persone sanno aprirti la porta della loro vita senza metterti mai nella posizione di sentirti di troppo. C’è un senso dell’ospitalità che non è performance, ma cultura profonda. Un modo di includerti che passa dai dettagli più semplici.
A volte si pensa che i viaggi più trasformativi siano quelli fatti di grandi rivelazioni o di esperienze estreme. Ma spesso il cambiamento avviene anche così: seduti al tavolo di una famiglia che fino a pochi giorni prima non conoscevi, mentre tutto ciò che ti era estraneo inizia lentamente a sembrarti familiare.
La fedeltà a sé dentro i contrasti
Uno degli aspetti più interessanti del viaggio, almeno per me, è sempre stato questo: la capacità di passare da un contesto all’altro senza sentirmi necessariamente in contraddizione.
Dopo un mese di formazione yoga e una settimana in Ashram, mi sono ritrovata a passare una serata in discoteca.
Detto così sembra quasi una stonatura narrativa.
In realtà non lo era affatto.
Era semplicemente un’altra forma dell’esperienza.
Spesso immaginiamo la coerenza come qualcosa di rigido: una volta imboccata una strada, dovremmo rimanere fedeli a quella versione di noi in modo lineare, senza deviazioni. Come se esistessero identità pure, monolitiche, facilmente definibili.
Ma viaggiare — e forse vivere davvero — mette continuamente in crisi questa idea.
Si può cercare il silenzio e amare la musica.
Si può meditare al mattino e ballare la sera.
Si può avere profondità senza rinunciare alla leggerezza.
Non credo che adattarsi significhi perdersi.
Credo, piuttosto, che significhi sapersi muovere tra ambienti, linguaggi ed energie diverse restando in contatto con ciò che si è.
Per me è sempre stato così.
Posso dormire su un materasso sporco nel mezzo della giungla e il giorno dopo sentirmi perfettamente a mio agio in un hotel a cinque stelle. Posso vivere giorni di silenzio e poi ritrovarmi immersa nel caos di una pista da ballo.
Non sento che una cosa smentisca l’altra.
Semmai, mi ricordano entrambe che l’identità non è una forma fissa. È qualcosa di più fluido, più vivo, più capace di contenere contrasti.
Una socialità diversa
Il giorno dopo quella serata, la sveglia è suonata presto.
Era stata organizzata una giornata in una farm immersa nel verde https://varanashi.com/, insieme a un gruppo locale. Un luogo fuori dai percorsi turistici occidentali, tanto che io ero l’unica straniera presente.
Ed è stato proprio questo a renderla così preziosa.
C’erano momenti di condivisione, una cerimonia del cacao, spiegazioni sul grounding, conversazioni sulle piante e sul rapporto con la terra. Abbiamo camminato tra le piantagioni, respirato un tempo più lento, osservato gesti e dinamiche che sembravano appartenere a una socialità diversa da quella a cui sono abituata.
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Meno esibita.
Meno performativa.
Più radicata.
Mi colpiva la naturalezza con cui certe pratiche spirituali o di benessere non venivano trattate come “esperienze speciali”, ma come parte di un tessuto relazionale e quotidiano.
È forse una delle cose che più ho amato dell’India: la sua capacità di tenere insieme dimensioni che altrove tendiamo a separare.
La spiritualità che passa dalla casa
Mentre ero ospite di questa famiglia, in modo del tutto inaspettato, mi sono ritrovata ad assistere ad un lutto di famiglia da vicino, un momento molto intimo della loro vita familiare.
La casa ha cambiato atmosfera.
La famiglia allargata si è riunita per diversi giorni in preparazione della celebrazione finale, quella in cui le ceneri sarebbero state sparse nel mare. Ogni sera si svolgeva un rito domestico fatto di preghiere, presenza, silenzio e ripetizione.
Era una spiritualità completamente diversa da quella dell’Ashram, eppure in continuità con essa.
Meno dichiarata.
Meno cercata.
Più incorporata nella vita.
In India ho avuto spesso questa impressione: che il sacro non viva solo nei luoghi deputati, nei templi o nei ritiri spirituali, ma continui a circolare nelle case, nei gesti quotidiani, nei momenti di passaggio, nelle forme della cura e del lutto.
Essere lì, in quella settimana, è stato un privilegio.
Non tanto per “vedere da vicino” qualcosa di culturalmente diverso, ma per poter assistere — con discrezione — a un modo di stare insieme nel dolore che aveva una sua forza silenziosa, composta, profondamente comunitaria.
Rivedere le persone fuori dal ruolo
Una sera ci siamo rincontrate con Athmi, dopo il mese condiviso durante la formazione.
Rivederla in un altro contesto è stato straniante nel modo più bello possibile.
Ci sono persone che conosciamo all’interno di una cornice precisa — una scuola, un corso, un luogo, un tempo delimitato — e che, appena spostate altrove, rivelano un’altra luce.
Forse è anche questo che fanno i viaggi: tolgono alle persone i ruoli con cui le avevamo inizialmente lette e permettono di incontrarle di nuovo.
Abbiamo trascorso del tempo anche con altri amici, una coppia indiana profondamente innamorata dell’Italia. E mi colpiva sempre questo scambio continuo di fascinazioni: io lì, immersa in una realtà lontanissima dalla mia, e loro così incuriositi da ciò che per me è ordinario.
In fondo il viaggio funziona anche così: non solo perché ti sposti, ma perché ti decentrano continuamente.
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Il limite dello sguardo occidentale
Prima di lasciare il sud, ho trascorso una giornata con Athmi visitando il Il Kadri Shree Manjunatha Temple, un antico tempio hindu situato sulla collina di Kadri, rappresenta un importante centro spirituale e storico del Sud dell’India, rinomato per la fusione di tradizioni Shaiva, buddhiste e Nath.
Averla accanto come guida ha fatto tutta la differenza.
Mi spiegava i rituali, i simboli, le usanze, il significato dei gesti. E ancora una volta mi è apparso chiaro qualcosa che in India ho sentito spesso: studiare una cultura non equivale necessariamente a comprenderla davvero.
Anche avendo praticato yoga, letto, approfondito, ascoltato, ci sono dimensioni che restano opache. Non perché siano inaccessibili in assoluto, ma perché appartengono a una visione del mondo che non è la tua.
E forse una parte importante del viaggio sta proprio qui: nel riconoscere il limite del proprio sguardo senza viverlo come un fallimento.
Ci sono cose che si possono capire.
E altre che si possono solo attraversare con rispetto.
Il nord come altro paesaggio interiore
Poi è arrivato il momento di salutare il sud.
Nuova tratta: New Delhi, e poi direzione Gujarat.
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Ricordo ancora una sensazione molto precisa di quel passaggio: dopo così tanto tempo trascorso quasi esclusivamente a contatto con indiani, sentire parlare italiano in aeroporto mi sembrava quasi irreale.
Ho incontrato una coppia di italiani e, nel momento in cui abbiamo iniziato a parlare, ho provato una strana distanza dalla mia stessa lingua.
Era familiare, certo.
Ma non più del tutto immediata.
Come se il viaggio avesse creato una piccola frattura anche lì, nel modo in cui tornavo a sentirmi dentro la mia appartenenza.
Mi capita spesso di pensare che viaggiare a lungo non significhi solo cambiare luoghi, ma anche alterare temporaneamente il proprio sistema di riferimenti. E quando questo succede, persino ciò che ti appartiene da sempre può sembrarti nuovo.
L’arrivo in Gujarat
Il viaggio è andato liscio. Volo, coincidenza, arrivo.
Fuori dall’aeroporto c’erano ad aspettarmi due suore indiane, pronte ad accompagnarmi verso la mia prossima destinazione.
Ci aspettavano circa tre ore di jeep.
E durante quel tragitto ho sentito con chiarezza di essere entrata in un’altra India.
Il paesaggio era completamente cambiato.
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Il clima era più secco, più caldo, più arido. Distese di terra, sabbia, spazi aperti, vegetazione più rada. Tutto aveva una qualità quasi desertica, con qualcosa che mi ricordava la savana.
Ancora una volta il Paese cambiava volto senza alcuna gradualità.
Ed è forse questo uno degli aspetti che più mi hanno colpita dell’India: la sua impossibilità a lasciarsi riassumere. Ogni volta che credi di aver iniziato a capirla, cambia forma.
Un nuovo ritmo
Mi aspettava una settimana di volontariato in una scuola con circa 800 bambini, accanto alla quale si trovava anche un ostello per bambini ciechi.
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Quando sono arrivata al mio alloggio, le prime sensazioni sono state immediate:
calma, silenzio, pace.
La mia stanza era semplice, pulita, essenziale. Le suore mi hanno accolta con una dolcezza concreta, quasi materna, offrendomi un mango juice fresco appena arrivata.
Ogni fiore sembrava al proprio posto in quel giardino curatissimo. Tutto parlava di ordine, attenzione, delicatezza.
Era domenica e la scuola era chiusa.
Così, stanca dal viaggio ma attraversata da quella strana lucidità che a volte accompagna i cambi di tappa, mi sono sdraiata sapendo che il giorno dopo sarebbe iniziata un’altra esperienza.
Un altro contesto.
Un altro linguaggio.
Un altro piccolo mondo dentro il mondo.
E ancora una volta, il viaggio mi chiedeva la stessa cosa:
adattarmi, senza perdermi.
Dopo il silenzio dell’ashram, l’India mi stava insegnando un’altra forma di spiritualità: quella che vive nelle persone, nei rituali, nei contrasti e nella straordinaria arte di adattarsi senza perdersi.