Un mese in India per imparare a insegnare yoga.
Un mese per scoprire che la pratica più difficile — e più vera — è restare.
Un mese di formazione Yoga a Mysore
Alle cinque del mattino il ventilatore faceva più rumore dei miei pensieri. Girava lento, instancabile, come se avesse tutto il tempo del mondo. Io no.
Fuori, un canto lontano annunciava l’inizio della giornata. Non sapevo ancora se fosse una preghiera, un richiamo o semplicemente la vita che cominciava senza chiedere permesso.
Ero sdraiata nel buio di una stanza che non sentivo ancora mia, a migliaia di chilometri da casa, con una domanda che continuava a tornare:
perché ho deciso di venire fin qui per imparare a insegnare?
Non sapevo ancora che quel rumore sarebbe diventato il mio sottofondo per un mese intero.
Un mese di formazione in una scuola di yoga nel sud dell’India, a Mysore, è stato una purificazione del corpo e della mente, ma soprattutto una scuola di vita.
Disciplina. Impegno. Dedizione. Puntualità.
Tutto attraversato da un’atmosfera di leggerezza e serenità che non avevo mai sperimentato prima.
Da Milano all’India non è così immediato.
Il volo ha fatto ritardo, ho perso la coincidenza e, con essa, la cerimonia di apertura del corso. In compenso, ho passato una notte e mezza e una giornata intera in Bahrein.
La mia attitudine, però, era sorprendentemente positiva. Vedevo in ogni ostacolo una possibilità di crescita, non un blocco. Una sfida.
«Ciò che è rigido si spezza, ciò che è flessibile resiste.»
Il Tao Te Ching – Lao Tzu
Arrivo a Bangalore in piena notte. Il taxi mi porta direttamente alla scuola di yoga.
La sveglia è fissata alle cinque per la prima pratica del mese.
Entro nella stanza che sarà casa per quattro settimane: semplice, pulita, essenziale.
Non chiudo occhio. I suoni della natura sono ovunque — uccelli, scimmie, richiami sconosciuti.
All’inizio mi tengono sveglia. Poi, lentamente, diventano compagnia. Quelle notti insonni, senza saperlo, erano già una lezione.
Di giorno tengo il ritmo. Di notte, invece, viene fuori tutto.
Sono sdraiata sul letto, a occhi aperti. Il corpo è stanco, ma la mente corre.
Ripercorre parole dette male. Frasi non dette. La lingua che non sento ancora mia.
Penso all’Italia. A chi mi immagina qui forte, centrata, serena.
E invece mi sento piccola. Inadeguata. Lontana.
Per un attimo mi chiedo perché mi sono messa in questa situazione. Chi me l’ha fatto fare. Se non sarebbe stato più semplice restare dove sapevo già chi ero.
Poi il respiro rallenta. Le mani sul ventre.
Lascio che la stanchezza mi attraversi invece di combatterla.
Capisco una cosa semplice e scomoda: non sono qui per sentirmi capace. Sono qui per imparare a restare anche quando non lo sono.
Mysore, India 2025
Le giornate iniziano alle sei del mattino e finiscono alle otto di sera.
Pratiche fisiche. Pranayama. Studio. Filosofia. Anatomia. Momenti di silenzio. Cibo ayurvedico.
Un solo giorno libero a settimana.
L’atmosfera è familiare. Poco a poco diventiamo una piccola comunità.
Condividiamo spazi, pasti, stanchezza. Ogni persona porta con sé una storia, e questo rende l’esperienza qualcosa di molto più profondo di un semplice corso per ottenere un diploma.
«Siamo le storie che abbiamo vissuto, i libri che abbiamo letto, le canzoni che abbiamo ascoltato, le persone che abbiamo amato.»
Terzani, Tiziano. Un altro giro di giostra. Milano: Longanesi, 2004.
Le prime settimane sono le più dure.
La difficoltà della lingua. La paura di sbagliare pronuncia. Il giudizio — soprattutto quello verso me stessa.
La verità è che imparare significa attraversare la frustrazione di non sapere. Di sentirsi goffi, lenti, imperfetti.
Ed è proprio lì che la mente si espande.
Con il tempo, la vergogna lascia spazio alla fiducia.
Le persone intorno a me — con una bontà e una comprensione rare — rendono tutto più semplice.
Mysore, India 2025
Con l’avanzare delle settimane, la pratica si fa più intensa. Il corpo viene spinto oltre limiti che credevo di conoscere. Sequenze sempre più impegnative, pratiche di purificazione inaspettate, lunghi momenti di concentrazione e meditazione. Non è più solo allenamento fisico. È uno svuotamento.
Nei momenti liberi non esco quasi mai. Mentre una parte di me vorrebbe fare, muoversi, esplorare, mi rifugio sul balconcino della stanza. Leggo, studio, ascolto musica. Nient’altro. È una sfida enorme per chi è abituata a riempire ogni spazio. Lì imparo che fermarsi non è perdere tempo, ma cambiare nutrimento.
Il mezzo del percorso è sempre la parte più difficile. Non c’è più l’entusiasmo dell’inizio né la spinta della fine. È uno spazio sospeso, in cui sembra che nulla cambi davvero. È lì che nasce la tentazione di mollare.
Fermarsi non è facile. Rimanere nel disagio senza distrazioni. Attraversare la tempesta invece di evitarla.
È lì che comprendo che la resilienza non è resistere a tutti i costi, ma scegliere consapevolmente quale tempesta attraversare. Nessuno lo fa al posto nostro.
Come dicono gli indiani di fronte ai cambiamenti, agli ostacoli della vita: “la vita è un ciclo che si apre, si chiude, si ripete. è la vita.”
Intanto, il gruppo diventa famiglia. Ricordo il cuore gentile di Athmi. La dolcezza silenziosa di Mehak. La forza discreta di Chitkala. Il sorriso luminoso di Bhavia. In quello spazio ognuno mostra, poco a poco, la propria essenza. Ed è sempre il meglio.
L’ultima parte del percorso è dedicata alla creazione delle sequenze. Ogni giorno ripetiamo la stessa struttura, affinando movimenti, respiro, intenzione.
“L’uomo ragionevole si adatta al mondo: l’uomo irragionevole persiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Pertanto, tutto il progresso dipende dall’uomo irragionevole.”
George Bernard Shaw, Massime per rivoluzionari (Maxims for Revolutionists), sezione contenuta nell’opera teatrale L’uomo e il superuomo (Man and Superman), pubblicata per la prima volta nel 1903.
Quando arriva il giorno dell’esame, il corpo lo sa prima della testa. Lo stomaco chiuso. Le mani fredde. Il respiro corto.
Non è la sequenza a spaventarmi. È la voce.
Quando entro nella shala, il cuore batte troppo forte. Per un attimo penso: e se mi blocco?
Respiro. Inizio.
La voce trema all’inizio. Me ne accorgo. E invece di fermarmi, continuo. Anche così.
A un certo punto smetto di pensare alle parole. Il corpo sa cosa fare. Il respiro guida. Io seguo.
Quando finisco, non provo euforia. Provo sollievo.
Più tardi, leggendo la valutazione, trovo una frase:
Insegnando si impara.
Capisco che l’esame non era sulla tecnica. Era sulla fiducia. Sul restare, anche quando la voce trema.
L’ultima notte arriva senza fare rumore.
La stanza è la stessa, ma non è più solo una stanza. È diventata casa.
Il sari è piegato con cura sulla sedia.
Ripenso alla prima notte. Alla paura. Alla fatica.
Ora il corpo è forte. La mente più silenziosa.
Non perché abbia tutte le risposte, ma perché ho smesso di pretendere di averle.
Spengo la luce senza malinconia. Con gratitudine.
Il ventilatore gira come il primo giorno. Io no.
Il viaggio prosegue.
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Scritto da Marzia
Viaggiatrice e curiosa da sempre, sia di luoghi che di scoperta interiore. Credo che viaggiare non sia solo un modo per scoprire luoghi lontani, ma anche per conoscere più a fondo noi stessi.
Un paradiso remoto di Sulawesi, raggiunto dopo ore di jeep e barca. Una giornata perfetta tra mare, snorkeling e natura incontaminata che, all'improvviso, si trasforma in una corsa contro il tempo dopo una puntura di pesce pietra. Un viaggio che mi ha ricordato quanto poco possiamo controllare ciò che accade e quanto, invece, possiamo scegliere come reagire.
Un viaggio in India che si trasforma in un’esperienza interiore profonda. Tra notti insonni, preghiere all’alba, spiritualità quotidiana e insegnamento nelle scuole indiane, nasce una riflessione sulla capacità dell’essere umano di cambiare, adattarsi ed evolversi. Il momento più intenso arriva durante una lezione di yoga insegnata a bambini ciechi: un’esperienza fatta di ascolto, sostegno reciproco e presenza autentica. Un racconto che parla di corpo, memoria, spiritualità e della necessità di accogliere la vita così com’è, un passo alla volta.