Rajasthan, India, 2023
A volte la vita assomiglia a una stanza buia piena di pezzi sparsi. Li calpesti senza sapere cosa siano, ti inciampi, ti arrabbi. Poi, un giorno, qualcuno accende la luce — non tutta, solo abbastanza — e ti accorgi che quei frammenti non erano caos, ma un puzzle. E che ogni incontro, ogni deviazione, ogni errore aveva un posto preciso, anche se invisibile per anni.
Ci sono momenti in cui ci sentiamo spettatori della nostra stessa esistenza, seduti in ultima fila, a osservare scene che non comprendiamo. Solo dopo, molto dopo, arriva la rivelazione: nulla è accaduto per caso. Tutto, nel bene e nel male, stava portando esattamente lì.
Il 2025 è stato così. Un anno che non si è limitato a scorrere, ma ha preteso di essere attraversato.
Prima di tornare indietro, però, devo restare un attimo ferma qui. In questo punto preciso del tempo. Perché è da qui che tutto trova senso.
L’anno dei miei trent’anni è arrivato come arrivano le maree: senza chiedere permesso. E con lui una crisi silenziosa, profonda, impossibile da ignorare. Non era tristezza, né insoddisfazione pura. Era una domanda che bussava con insistenza, ogni mattina, ogni sera: che vita voglio vivere?
Immaginate una vita apparentemente perfetta. Lineare. Ordinata ma allo stesso tempo alternativa. Confortevole. Un lavoro stabile, viaggi, una casa condivisa, passioni coltivate con disciplina. Da fuori, tutto era al suo posto. Da dentro, qualcosa scricchiolava.
Negli ultimi tempi ero due persone nello stesso corpo: insegnante a scuola di giorno, insegnante di yoga la sera. Mi muovevo tra mondi diversi, come se avessi imparato a cambiare maschera con naturalezza. Due mesi di vacanza l’anno, un luogo meraviglioso da chiamare casa, esperienze che molti sognano. Eppure le giornate avevano iniziato a somigliarsi. Il tempo scorreva in fila indiana, educato, prevedibile. Troppo.
“When we are no longer able to change a situation, we are challenged to change ourselves.”
Frankl, V. E. (1946/2006). Man’s Search for Meaning.
Ho sempre sentito un bisogno viscerale di stimoli nuovi, non per fuggire, ma per crescere. Non volevo più vivere contando i giorni che mi separavano dalle ferie, trattando tutto il resto come una lunga attesa. Sapevo di non voler restare ferma.
Aprire la mente significa accettare il rischio di perdersi. Ma è solo perdendosi che si scoprono strade che non esistono sulle mappe. Ogni esperienza diventa un tassello in più, e il disegno — anche se più complesso — diventa più autentico.
Dai venti ai trent’anni ho vissuto intensamente, forse troppo. Non mi è mancato nulla: affetti, amore, una casa, una quotidianità condivisa. Ho attraversato il mondo con lo stupore negli occhi e la polvere sulle scarpe: ho dormito a 5300 metri in una tenda in Ladakh, attraversato il Rajasthan in moto, navigato per ore in uno degli ultimi paradisi terrestri le Raja Ampat. Ho camminato nella giungla colombiana, percorso l’Asia in scooter, l’Europa in van, la Sardegna a vela, l’America on the road. Una collezione di altrove.
Se c’è una cosa che difendo con fierezza è la mancanza di rimpianti. Conosco i miei valori. E negli ultimi anni li sentivo soffocare, come piante lasciate troppo a lungo all’ombra. Mi stavo allontanando da me stessa, vivendo una vita che non rispecchiava più ciò che ero diventata.
Eppure quella vita era veloce. Sfuggente. Fragile. Senza radici.
Leggera come il vento. Ardente come il fuoco.
Ho incontrato persone straordinarie, comunità che porto ancora nel cuore.

Tra questi incontri, anche uno del tutto casuale: uno scrittore seduto a un tavolo accanto al mio, in un ristorante di Bali, nel 2021. Come se l’universo, a volte, amasse lasciare piccoli indizi. Gianluca Gotto e Claudia in attesa di partorire.
“Il problema di credere che esistano dei segnali dall’universo è che poi devi seguirli.”
Gotto, Gianluca. Succede sempre qualcosa di meraviglioso. Milano: Mondadori, 2019.
A venticinque anni è entrato lo yoga nella mia vita. Non come una pratica, ma come una presenza. Da lì qualcosa ha iniziato a rallentare. Il viaggio non era più solo geografico e culturale: stava diventando interiore. Un ritorno.
Ho incontrato un’insegnante che è stata molto più di una guida. Ho esplorato discipline, tradizioni, linguaggi antichi. Ho studiato, insegnato, approfondito. La mia curiosità aveva cambiato direzione, senza perdere intensità. Non cercavo più solo luoghi lontani, ma Radici. Origini. Silenzi.
Ed a un tratto: la frattura. La fine netta di un capitolo. Di un decennio. Di un libro intero. In un attimo tutto è cambiato. Uno shock. Due mesi di caos puro, disorientante, devastante. Eppure — ed è qui il paradosso — sotto le macerie sentivo nascere qualcosa. Una libertà feroce. Un fuoco acceso.
“Ricominci non quando hai tutto chiaro, ma quando smetti di avere paura.”
Fabio Volo
Non mi sono mai sentita sola. L’amore della mia famiglia, delle amiche, colleghe, allieve e di tutto quello che mi circondava mi ha tenuta in piedi quando le certezze cadevano una dopo l’altra.
E allora resta questa domanda, sospesa come l’ultima riga di un capitolo che ancora non si chiude:
cosa rimane quando perdi il comfort, la routine, le tue sicurezze?
Forse rimani tu.
E, finalmente, lo spazio per ricominciare davvero.
Ogni fine è un inizio che non ha ancora trovato il suo nome.